Credere a Babbo Natale

Tutti noi ricordiamo quanto è stato brutto quando abbiamo scoperto che “Babbo Natale non esiste”. Ma allora è giusto raccontare ai bambini la leggenda dell'uomo barbuto? E come dire poi che non esiste?


Perché si crede a Babbo Natale


Per i bambini, i genitori sono il loro punto di riferimento nel mondo, pertanto, soprattutto quando sono più piccoli, tendono a credere a qualsiasi cosa che venga detta dai loro genitori. Per questo motivo, quando i genitori iniziano a raccontare dell'esistenza di un uomo barbuto che porta dei regali ai bambini più buoni, questa favola incredibile e affascinante viene presa subito per buona da (quasi) tutti i bambini.


Ma l'esistenza di Babbo Natale non solo viene raccontata dai genitori, ma viene poi anche sostenuta dai familiari, dalle maestre e dalla società tutta, in un clima natalizio che ne favorisce la "magia", ciò che ne rafforza la credenza.


La favola di Babbo Natale, inoltre, incontra terreno fertile nel cervello dei bambini dal punto di vista del loro sviluppo cognitivo: i bambini infatti dai 2 ai 7 anni utilizzano ancora un pensiero rudimentale (quello che Jean Piaget definisce lo stadio pre-operatorio) con cui si danno delle risposte assurde e illogiche per spiegarsi quello che succede nel mondo. Ad esempio, i bambini possono spiegarsi l'esistenza della luna in quanto "serve a dire ai bambini che è ora di fare la nanna": il ragionamento dei bimbi sotto i 7 anni è ancora permeato dal “pensiero magico” (che si contrappone a quello più “logico” dell’adulto) pertanto anche le spiegazioni che si danno sull'esistenza di Babbo Natale, per quanto assurde, a loro sembrano comunque plausibili!



Scoprire che l’uomo barbuto non esiste


In genere è intorno ai 7 anni che i bambini scoprono la verità su Babbo Natale, e molto spesso non bisogna neanche dirglielo perché lo capiscono già da soli. Questo perché dal punto di vista dello sviluppo cognitivo, il bambino fa un salto importante nello sviluppo delle competenze logiche (quello che Jean Piaget definisce lo stadio operatorio-concreto).


Intorno ai 7 anni, infatti, il cervello del bambino è in grado di compiere delle operazioni mentali logiche che gli permettono di vedere delle incongruenze tra quello che gli viene raccontato e quello che osserva (ad esempio, riconosce la calligrafia della mamma sui regali di Natale) e capisce le proprietà del mondo fisico per cui, ad esempio, le renne non possono volare e Babbo Natale non riuscirebbe a girare tutto il mondo in una sola notte. Insomma, se prima bastava inventarsi una scusa qualunque per giustificare questi fenomeni, adesso i bambini non ci cascano più.


A questo punto, anche se il bambino lo avrà capito da solo, farà ai genitori la fatidica domanda sull'esistenza di Babbo Natale per avere conferma dei suoi dubbi: e a quel punto, si può dir loro la verità: che Babbo Natale non esiste.


Si rompe la magia

Alcuni studi hanno osservato che per molti bambini la scoperta della verità su Babbo Natale è un’esperienza davvero terribile, non sono perché l'uomo barbuto in un certo senso “muore” (nella loro fantasia), ma soprattutto perché i bambini si sentono profondamente ingannati dai loro genitori.

I bambini non hanno altra scelta che credere ai loro genitori per stare al mondo, e quando scoprono che invece sono stati “presi in giro” per così tanto tempo si sentono davvero traditi. Può succedere infatti che per un breve periodo successivo a questa scoperta i bambini non si fidino dei loro genitori.


Gli specialisti dell’infanzia si dividono così tra chi pensa che credere in Babbo Natale alimenti solo la frustrazione del bambino e la sua sfiducia verso i genitori, e chi invece sottolinea l’importanza di questa tradizione per lo sviluppo della fantasia e della socialità del bambino...

Perché portiamo avanti la leggenda allora?


Ma se tutti abbiamo un ricordo così spiacevole sull’inganno di Babbo Natale, perché allora si continua a far credere ai bambini che l’uomo barbuto esiste?


La leggenda di Babbo Natale non si limita solo al racconto di una storia, ma vuol dire molto di più: il mito di Babbo Natale entra infatti sia nelle case che nelle relazioni tra genitori e figli.


Ogni genitore dà vita a questa leggenda col proprio figlio perché è un ricordo associato alla sua infanzia, quando lui stesso è stato prima ingenuo e poi deluso. Il fatto di trasmettere questa credenza quindi va oltre alla semplice "storia" che viene raccontata ai bambini, poiché dipende dal piacere che i genitori provano nel mettere in scena con i loro figli dei riti e delle tradizioni dal sapore magico e spensierato.


I gesti e le routine che compongono il Natale entrano così a far parte della tradizione di ciascuna famiglia e sono importanti per costruire una storia condivisa e rafforzare i legami.

Infine, i riti come i biscotti sotto l’albero e l’arrivo dei regali durante la notte fa vivere ai bambini momenti davvero intensi, e ai genitori dà la possibilità di tornare un po' bambini.


E quindi? Bisogna raccontare o no dell'esistenza di Babbo Natale? Beh, non c'è una risposta univoca sul fatto che sia giusto o no, anche perché dipende molto dal suo scopo:

Babbo Natale infatti non dovrebbe essere un mero distributore di regali, o da usare come minaccia per "fare il bravo"... Babbo Natale (e tutto ciò che gli fa da contorno) dovrebbe essere invece un'occasione preziosa per condividere momenti positivi in famiglia, creare ricordi condivisi e tradizioni e stringere i legami affettivi!


Ma poi... Riusciremmo davvero a immaginare un Natale senza Babbo Natale?


 

Fonti:

- Anderson, C., & Prentice, N. (1994). Encounter with reality: Children’s reactions on discovering the Santa Claus myth. In “Child Psychiatry and Human Development”, 67-83.

- Chapellon, S., Truffaut, J., & Marty, F. (2013). Le père Noël : fonction sociale et destin psychique d'un culte enfantin. In “Nuvelle revue de psychosociologie", 201-213.

- Fehr, L. A. (1976). J. Piaget and S. Claus: Psychology makes strange bedfellows. In "Psychological Reports", 39, 740-742.


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