Relazione di Attaccamento

Le origini della teoria che ha rivoluzionato la relazione genitore-bambino. Parte 1


La “Teoria dell’Attaccamento” è considerata una delle teorie psicologiche più influenti della storia, destinata a cambiare il modo di vedere la relazione genitore-figlio. Ha avuto (e ha tutt’ora) il potere di cambiare completamente le pratiche dei servizi di cura come ospedali, orfanotrofi e servizi per l’infanzia.



Prime scoperte


John Bowlby è stato uno psicologo, medico e psicoanalista britannico, e fu il principale teorico di riferimento della celebre Teoria dell’Attaccamento.

La storia inizia nel 1950, quando Bowlby fu incaricato dalla World Health Organization (in italiano la conosciamo come OMS) di raccogliere in un report ufficiale gli studi che analizzavano i bisogni dei bambini che erano rimasti senza famiglia (ve ne erano stati molti soprattutto nel dopoguerra). Il rapporto finale di Bowlby fu pubblicato l’anno dopo con il titolo di “Maternal Care and Maternal Health” e fu destinato a cambiare la storia dei nostri tempi.


Gli studi raccolti da Bowlby lo portarono ad affermare che il fattore più importante dello sviluppo dei bambini fosse la perdita della specifica figura materna. A noi oggi sembra un’affermazione così scontata, eppure le teorie dell’epoca dicevano ben altro: per gli scienziati e gli psicologi comportamentisti di metà ‘900 il motivo per cui il bambino sviluppava uno stretto legame con la madre derivava dal fatto che questa lo allattava, lo nutriva, e quindi credevano che la dipendenza del bambino dal genitore derivasse da questo, nulla di più.

“L’amore nasce dal bisogno, soddisfatto, di cibo”

scriveva Freud nel 1938. Bowlby però non era per niente d’accordo, credeva fortemente che il legame tra il bebè e la sua mamma non fosse semplicemente una conseguenza del fatto che lei lo nutrisse. Per cercare altri esempi che avvalorassero la sua tesi, Bowlby andò a vedere come si comportano i nostri “cugini” più vicini: le scimmie.



Gli studi sulle scimmie


Harry Harlow, psicologo ricercatore all’Università del Wisconsin (USA), a quei tempi stava facendo degli studi sui comportamenti dei macachi, quando un giorno scoprì che nel suo laboratorio era esplosa un’epidemia che metteva a rischio la salute delle sue scimmie. Decise allora per sicurezza di separare i piccoli macachi dalle loro madri, ma dopo poco notò con sorpresa che i cuccioli si comportavano in modo strano: in particolare, i piccoli si fissavano su alcuni oggetti presenti nelle gabbie e protestavano moltissimo se si cercava di toglierglieli. Come mai questo comportamento? Perché si attaccavano a degli oggetti?


Interessato a questi comportamenti così particolari, Harlow volle ripetere quella situazione in un vero e proprio esperimento che divenne poi celebre in tutto il mondo.

Harlow separò dei piccoli di scimmia dalle madri già dalla nascita e cuccioli vennero messi in delle gabbie con due “manichini” che imitavano le sembianze di scimmie adulte: un manichino di questi era coperto da un panno morbido, mentre l'altro era fatto solo di metallo. L’esperimento consisteva nel mettere un biberon con del cibo in alcuni casi sotto il manichino morbido, in altri casi sotto quello di metallo: le scimmiette avrebbero sempre preferito il manichino che aveva il biberon?



Incredibilmente, in tutti gli esperimenti i cuccioli preferivano stare accoccolati durante il giorno sul manichino morbido, anche quando questo non aveva il biberon e non poteva quindi nutrirli. Si spostavano sul manichino metallico solo per mangiare, ma poi tornavano su quello morbido.



Harlow concluse che ad attivare i comportanti di attaccamento del cucciolo è quindi il piacere del contatto, e non il cibo; la teoria che portavano avanti Freud e i comportamentisti veniva quindi smontata. Era diventato chiaro che il bisogno innato dei cuccioli è la vicinanza e il contatto fisico, e questo, come dimostrato anche da Bowlby, valeva anche per gli esseri umani.



Condizioni negli ospedali e orfanotrofi


Durante i primi anni ’50, anche gli psicoanalisti James Robertson e René Spitz si stavano interessando agli effetti dell’assenza dei genitori nei bambini che vivevano ospedalizzati o negli orfanotrofi.


Come Bowlby, Robertson denunciava la condizione in cui vivevano i bambini molto piccoli ricoverati in ospedale: all’epoca, quando un bambino doveva passare molto tempo in ospedale, era raccomandato che non vedesse i genitori, altrimenti sarebbe stato peggio. Era opinione comune che una volta abituati all’ambiente ospedaliero, le visite dei genitori rendessero più “capricciosi” i bambini.


D’altro canto, Spitz descriveva le condizioni di deprivazione negli orfanotrofi: negli Stati Uniti, per cercare di ridurre le infezioni, gli ambienti asettici e il personale toccava i bambini il meno possibile. In alcuni orfanotrofi in Romania e in Russia i biberon venivano addirittura sospesi sopra le culle, di modo che i lattanti non avessero bisogno di essere presi e tenuti in braccio e potessero rimanere per molto tempo nelle culle senza interagire con nessuno.



Robertson e Spitz, così come Bowlby, scoprirono gli effetti devastanti di questi metodi: i bambini cresciuti in questo modo avevano un tasso di mortalità più alto della media, presentavano spesso ritardi nella crescita e dello sviluppo motorio, potevano soffrire di importanti disturbi del funzionamento cognitivo e disturbi del linguaggio, spesso presentavano comportamenti sociali alterati e disturbi depressivi.

Grazie alla campagna di denuncia di queste condizioni e alla diffusione della Teoria dell’Attaccamento, oggi queste situazioni non sono più tollerabili.



La Teoria dell’Attaccamento


Bowlby e altri studiosi avevano quindi capito l’importanza del contatto fisico della figura di riferimento, ma a cosa serviva di preciso? Perché il bambino piccolo ha così bisogno della mamma?


A questo punto Bowlby elabora il concetto di comportamento di attaccamento, ovvero il comportamento del bambino che ha l’obiettivo di stare vicino una figura in particolare (solitamente la madre a quei tempi). Durante i primi mesi di vita sono comportamenti di attaccamento il pianto, il richiamo, il sorriso, la lallazione e l’aggrapparsi, proprio perché hanno l’obiettivo di chiamare la vicinanza della mamma.


Bowlby spiega che i comportamenti di attaccamento hanno la funzione biologica della protezione: in una prospettiva evoluzionistica, il comportamento di attaccamento serve al bambino a proteggersi dai pericoli e ad aumentare così le sue probabilità di sopravvivenza. Il bambino è quindi biologicamente predisposto a stare vicino a un adulto e stimolare la sua presenza, ad esempio attraverso il pianto, così da mettersi al sicuro e sentirsi protetto mentre esplora ed impara le regole di questo mondo. E questo non è un semplice capriccio, ma è proprio un bisogno profondo e fondamentale: il bambino ha il bisogno naturale di sentirsi sicuro e protetto per poter crescere serenamente.


Il legame di attaccamento che si costruisce tra genitore e bambino è quindi estremamente importante: infatti solo se il bambino si sentirà al sicuro con l’adulto di riferimento potrà esplorare, giocare, crescere e svilupparsi in modo adeguato. Se il bambino invece non si sente protetto e crede di non poter contare su degli adulti di riferimento (come nei casi che hanno descritto Robertson e Spitz) il suo sviluppo può essere compromesso. Il legame che costruisce il bambino dipende quindi molto da come lo trattano i suoi genitori e le figure di riferimento attorno a lui, in particolare durante la prima infanzia.


Gli studiosi dell’attaccamento mettono molta enfasi sul principale ruolo dei genitori: essere una “base sicura” per i propri figli. Cosa significa? Cosa dovrebbe fare un genitore per offrire sicurezza al bambino?

Lo vediamo nel prossimo articolo dedicato alla “Teoria dell’Attaccamento”.

 

Fonti:

- Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Attachment (vol. 1), New York, NY: Basic Books.

- Bowlby, J. (1973). Attachment and loss: Separation (vol. 2)., New York, NY: Basic Books.

- Harlow, H. F., & Zimmermann, R. R. (1959). Affectional responses in the infant monkey. Science, 130, 421-432.

- Simonelli, A., & Calvo, V. (200). Attaccamento: teoria e metodi di valutazione.



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